Giovani x Abruzzo

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Storie di (stra)ordinaria solidarieta'

A cura di Luca Pautasso

Alcuni giovani volontari che hanno risposto con slancio all'appello lanciato dal Ministero della Gioventù per partire "armi e bagagli" alla volta dell'Abruzzo colpito dal sisma raccontano la loro avventura

i volontari

Storie di (stra)ordinaria solidarietà. Sono quelle raccontate dai giovani volontari che hanno risposto con slancio all'appello lanciato dal Ministero della Gioventù per partire "armi e bagagli" alla volta dell'Abruzzo colpito dal sisma, e dare una mano. Alessandra, Daigoro, Silvia, Michele, Christian, Gianfranco. Sono solo alcuni dei tanti ragazzi e ragazze che da volontari, con la casacca gialla della Protezione Civile, hanno vissuto nei teatri del terremoto un'esperienza che non dimenticheranno mai.

Durante i giorni della loro permanenza nei campi allestiti per accogliere gli sfollati si sono prodigati in cento e più mansioni differenti. Hanno mantenuto puliti e in ordine gli accampamenti, le tende, le cucine e i servizi igienici. Hanno aiutato a preparare e servire i pasti. Hanno scavato i canali di drenaggio per portare via l'acqua che, a seguito delle forti piogge, rischiava di allagare le tendopoli. Hanno portati ai bambini delle scuole terremotate momenti di festa e spensieratezza che la contingenza del dramma aveva loro negato. Hanno teso mani, hanno elargito sorrisi. E lo hanno fatto senza chiedere nulla, sottraendo tempo e sforzi ai loro studi, alle amicizie, alla famiglia, ai passatempi e agli svaghi dei vent'anni. In cambio hanno ottenuto però qualcosa di così prezioso e impagabile da far dimenticare loro tutte le fatiche, le levatacce mattutine e un lavoro che non finiva mai.

Eccole, le loro storie, raccontate dai protagonisti e qui raccolte sul sito a testimonianza di una gioventù di cuore che sa amare e condividere, sa appassionarsi e prodigarsi per gli altri, e si getta in quello in cui crede per davvero.

Silvia Quaranta, 22 anni

«Bambini, loro sono gli angeli in giallo venuti ad aiutarci». Sono le parole rivolte alla propria classe da una maestra di una scuola abruzzese, all'arrivo dei giovani volontari inviati dal Ministero della Gioventù per portare un primo aiuto concreto alle popolazioni colpite dal sisma. Le stesse parole che Silvia, una loro, porterà sempre nel cuore come la più grande ricompensa per il duro lavoro svolto durante la sua missione in Abruzzo.
Silvia, che di cognome fa Quaranta, ha 22 anni, è di Padova e studia Lettere a Roma. Come accaduto a tanti altri suoi coetanei, anche lei un giorno è stata raggiunta dal passaparola che invitava tutti i volenterosi a partire per i luoghi della tragedia e dare un aiuto concreto e immediato. «Ho compilato il modulo di adesione senza quasi pensarci - racconta - Non sapevo nemmeno cosa sarei andata a fare laggiù, né dove sarei andata. Sapevo solo che c'era bisogno di dare una mano in prima persona, e che volevo farlo». Un gesto istintivo, impulsivo, ma dettato dal cuore.

Così è andata anche lei in Abruzzo, con indosso la casacca degli "angeli gialli" della Protezione Civile, con l'entusiasmo dei vent'anni e la consapevolezza

di chi comprende cosa significhi perdere tutto da un giorno all'altro e aver bisogno di una mano tesa per ricominciare. Per quattro giorni, dall'alba fino a tarda sera, si è prodigata in mille e una mansione. Dalla pulizia delle tende, delle cucine e dei servizi igienici, fino alla realizzazione dei canali di drenaggio scavati per impedire che le forti piogge trasformassero l'accampamento degli sfollati in un acquitrino. «E' stata durissima: c'era sempre del lavoro da fare, e i pochi momenti di pausa cercavamo di trascorrerli in compagnia della gente del campo, specialmente con i bambini». Un'esperienza segnata dalla fatica, ma premiata da una generosissima ricompensa: «Credo che nulla avrebbe potuto darmi di più di quanto non abbia fatto la gratitudine della gente» racconta Silvia. E poi aggiunge: «Questa esperienza mi ha cambiato la vita».

Daigoro Mazzoleni, 24 anni

Le immagini delle profonde ferite lasciate dal sisma che scorrono durante i servizi dei telegiornali. L'orrore della morte, il dolore dei sopravvissuti, le macerie, le rovine e la voglia di ricominciare. Ci sono tanti modi per reagire di fronte a realtà come queste. Daigoro Mazzoleni, 24 anni, originario di Pizzo Calabro, in provincia di Vibo Valentia, studente di scienze politiche a Roma, ha scelto quella che gli dettava la coscienza: partire per dare un aiuto a chi in quel momento ne aveva più bisogno.
«E' qualcosa che ho sentito quasi istintivamente» racconta. «Appena ho visto quelle immagini in tv ho capito che dovevo partire anche io, e ho dato la mia disponibilità lasciando i miei dati a diverse associazioni che sapevo impegnate in questo frangente difficile». Il gruppo con cui è partito è stato quello dei ragazzi "reclutati" dal Ministero della Gioventù. Sei giorni da volontario in un campo per sfollati a circa 20 chilometri da L'Aquila, in una delle zone più duramente piagate dal terremoto. Le mansioni? «Erano le più disparate - spiega Daigoro - Eravamo lì per aiutare in qualunque maniera ci fosse possibile, e facevamo qualunque cosa di cui ci fosse bisogno». Così ha aiutato a montare le tende, a proteggerle dall'insidia della pioggia incessante scavando canali di scolo, ha tenuto puliti e in ordine gli spazi comuni, i servizi, le cucine. Persino la realizzazione dell'impianto elettrico del campo è stata, in parte, anche merito suo.
A casa ha riportato una lezione di vita. «I filmati non riescono a rendere quella che è la realtà » dice. «Quando sei lì ti sembra di essere in una città reduce dalla guerra. Lo vedi dalle case in rovina e dalle facce delle persone». Gente che, racconta, manifesta gratitudine e riconoscenza per la presenza dei volontari, e gente che invece guarda tutte quelle uniformi e quei distintivi con fastidio. «Ma è una cosa che può capire solo chi esperienze come queste le ha vissute sulla propria pelle» dice. «Perché anche chi ci ha accolto con maggiore distacco non lo ha fatto perché ce l'avesse con noi, con la nostra presenza e con il nostro lavoro, ma solo perché le nostre divise gli ricordavano in ogni momento il dramma in cui il terremoto lo aveva fatto piombare».

Alessandra Santoro, 25 anni

Sentirsi utile. Avere la consapevolezza che tutto il lavoro che si fa, fosse anche quello all'apparenza più banale, serve in realtà a dare un aiuto concreto a persone in difficoltà. Sentirlo a pelle. Una sensazione come quella provata da Alessandra Santoro, 25 anni, di Cassino, in provincia di Frosinone, una vita divisa tra lo studio, gli amici e attività politica all'Università, che quando è venuta a conoscenza della possibilità di partire per l'Abruzzo con la spedizione organizzata dal Ministero della Gioventù non si è lasciata sfuggire l'occasione di compiere quel gesto che il cuore le suggeriva.
Proprio come Silvia, anche lei è scesa due volte nell'aquilano colpito dal sisma. La prima volta dal 18 al 23 aprile, e poi ancora nell'ultimo fine settimana. «Non vedevo l'ora di partire» confessa Alessandra. «Durante i giorni trascorsi in Abruzzo mi sono davvero sentita utile. Anche solo quando c'era da spostare qualche cassa d'acqua, da sistemare il materiale in magazzino, o ancora da preparare la colazione, il pranzo o la cena, sapevo che stavo facendo qualcosa di utile per 1000 persone». Una sensazione che difficilmente si può provare nel quotidiano, quando spesso tutto appare scontato, forse addirittura improduttivo, privo di significato, e i lavori di fatica come pulire una tenda o un servizio igienico sarebbero le ultime cose in cui ci si vorrebbe cimentare.  Invece, così, tutto assume un altro significato, un'altra dimensione. La prospettiva cambia. «E il lavoro diventa molto meno pesante, anche se sei costretta a svegliarti prestissimo e andare a letto per ultima».
La prima volta al campo allestito dalla Brigata Paracadutisti Folgore per accogliere gli sfollati è stata la più dura. Erano ancora i giorni dell'emergenza, e c'erano ancora tante piccole grandi cose così difficili da far funzionare. «Ora invece è tutto in ordine» racconta oggi, reduce dal secondo viaggio in Abruzzo. «Ora la gente sta imparando a vincere la diffidenza iniziale nei nostri confronti. La difficoltà a socializzare dei primi giorni, quando i soccorritori in divisa apparivano quasi una sorta di "conseguenza" del terremoto, ed erano difficili da mandare giù, adesso è scomparsa».

Michele Pigliucci, 27 anni

C'è chi da un'esperienza come quella di volontario in Abruzzo è tornato arricchito di ricordi ed emozioni, della coscienza di aver aiutato per davvero, e chi, oltre a tutto questo, ha conosciuto un mondo nuovo. E' il caso di Michele Pigliucci, 27 anni, studente di Roma, che ha saputo della possibilità di partire grazie al passaparola tra amici e colleghi di studi.
Una volta arrivato a destinazione, al campo di Navelli, è stato protagonista di una realtà che ora sente di dover condividere con gli altri: «Il lavoro al campo gestito dalla Folgore mi ha permesso di avvicinarmi al mondo militare, considerato troppo spesso sconosciuto e lontano» dice. «I nostri militari sono ragazzi che passano la loro vita ad aiutare la gente, e credo che ogni giovane dovrebbe avere la possibilità di conoscere e di vedere da vicino quello che fanno».
Assieme ai Parà Michele e ai suoi coetanei che con lui hanno vissuto sui luoghi del disastro, ha condiviso agi e disagi di un momento difficile ma importantissimo. «Abbiamo svolto insieme gli stessi lavori: dai più umili, come quello di tenere puliti i bagni, ai più faticosi, come montare le tende e scavare i canali di drenaggio per impedire che la pioggia allagasse il campo». Per i giovani volontari "arruolati" da Ministero della Gioventù è stato però importante anche constatare come tutto il lavoro svolto fosse visto con riconoscenza e gratitudine dagli sfollati. «E' stato bello vedere come si accorgessero dell'aiuto che stavamo dando loro, e come anche persone che con il terremoto avevano perso tutto venissero da noi a fine giornata per condividere una bottiglia di vino, o un dolce».

Gianfranco Manco, 20 anni

«E' stata un'esperienza indescrivibile: la porterò con me per sempre». Parola di Gianfranco Manco, 20 anni, studente universitario di Benevento. Anche lui è uno dei ragazzi che ha deciso di essere presente lì dove c'era più bisogno, e quando ha saputo del gruppo di volontari che il Ministero della Gioventù stava organizzando, ha capito qual era il suo posto. Intanto, di ritorno dall'Abruzzo con un bagaglio di emozioni, affetti e ricordi più pesante dello zaino con cui si era messo in cammino, sta consigliando a tutti i suoi amici di fare come ha fatto lui: partire per le zone terremotate de L'Aquila, aiutare una regione e una popolazione che dal terremoto sono uscite acciaccate, talvolta profondamente ferite, ma non abbattute, e che anzi non hanno mai perso la voglia di lottare.
«Al di là del fare del semplice volontariato, è la consapevolezza di aver fatto parte di un grande meccanismo di solidarietà il ricordo migliore che mi resterà della mia partecipazione come volontario» dice. «Sono profondamente convinto che dare il proprio contributo, per quanto possa sembrare piccolo, in occasioni come queste, sia il modo più bello per un giovane della mia età di esprimere il proprio essere cittadino».
Sono tanti i sentimenti che spesso si mescolano e assalgono nei momenti di difficoltà: la paura, lo sconforto, il disagio. Nessuno di questi, però, appartiene a quelli che Gianfranco ha letto negli occhi degli abruzzesi: «Una popolazione orgogliosa, che non ha mai perso la speranza e che, anzi, non vede l'ora di ricominciare». A colpirlo maggiormente sono stati i bambini e i ragazzi del campo di Navelli, dove assieme agli altri volontari ha prestato servizio durante la sua permanenza nelle aree colpite dal sisma: «Parlavano della scuola come la cosa che mancava loro più di tutte le altre - racconta - Aspettavano con ansia di poter tornare fra i banchi, e la loro più grande paura era quella che i bei momenti trascorsi prima del terremoto potessero non tornare più». La scuola come espressione forte di una quotidianità da riconquistare, di un momento di aggregazione sociale, la scuola come ritorno alla normalità: «Credo sia una delle cose più belle che si possano immaginare».

Cristian Alicata, 27 anni

Una decisione presa su due piedi, con la voglia di dare una mano alle genti d'Abruzzo messe in ginocchio dal terremoto, ma di farlo in una realtà che, come quella del campo di Navelli, gestito dai Parà della Folgore, fosse in qualche modo diversa dalle altre. Così Cristian Alicata, 27 anni, originario di Capo D'Orlando, in provincia di Messina, laureando in scienze politiche, ha deciso di vivere la sua esperienza di volontario in Abruzzo assieme agli altri giovani partiti verso il teatro del sisma con il gruppo allestito dal Ministero della Gioventù.
«L'impatto con il campo di Navelli, così diverso dagli altri, è stato forte - racconta - Tutto era gestito con estremi rigore e disciplina, ma ben presto io e gli altri ragazzi abbiamo capito che questo essere rigorosi è stata la chiave per essere anche efficaci e aiutare davvero». Così Cristian non ha fatto fatica ad entrare nel nuovo ordine di idee, diametralmente opposto a quello del quotidiano, ma fondamentale per raggiungere l'obiettivo: «Siamo subito diventati operativi al 100%, e, soprattutto, siamo riusciti ad essere estremamente concreti in quello che facevamo - racconta - In soli quattro giorni di permanenza abbiamo svolto lavori importanti, dall'allestimento del campo alla gestione delle cucine e del magazzino, che hanno aiutato significativamente gli sfollati nell'immediato ma che risultano loro utili anche adesso, e lo saranno anche in futuro». Quattro giorni vissuti intensamente, dal punto di vista fisico come da quello emotivo. «Ed è stato come fossimo rimasti là per un mese».
Da questa esperienza Cristian ha portato a casa la gratitudine e i complimenti dei rifugiati del campo e dei Parà con cui ha lavorato gomito a gomito. La cosa che più lo rende felice, però, è la sicurezza di aver fatto qualcosa di importante per chi ne aveva bisogno. «Voglio ritornare in Abruzzo, e lo farò non appena ne avrò la possibilità » confessa. «Il profondo legame umano che siamo riusciti a stabilire con le persone in quei difficili frangenti è qualcosa che non si può dimenticare, e che non voglio rimanga solamente la breve esperienza di quattro giorni di spedizione».

Pasquale Colantuoni, 23 anni

In quattro giorni di duro lavoro si può fare tanto, specie quando il ritmo prevede levatacce mattutine e niente pause, o quasi, fino a tarda sera. Ma succede anche di tornare a casa con la sensazione di aver lasciato ancora qualcosa in sospeso. E di avere voglia di ripartire quanto prima.
Pasquale Colantuoni, 23 anni, studente universitario romano, presta servizio civile presso il Modavi, il Movimento delle associazioni di volontariato italiano. Il suo gruppo è stato tra i primi ad intervenire in aiuto delle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto, inviando sia squadre si soccorso che derrate alimentari e beni di prima necessità. Anche lui, appena ne ha avuto la possibilità, è partito alla volta dell'Abruzzo, assieme ai ragazzi radunati dal Ministero della Gioventù.
«Quelli della nostra permanenza al campo di Navelli sono stati giorni intensissimi, di grande lavoro» racconta. «Andare laggiù in Abruzzo è stato faticoso e impegnativo, è vero, ma ricorderò sempre questa esperienza come una delle più significative della mia vita». Pasquale ha voglia di tornare in Abruzzo, dove sa che il lavoro da fare è tutt'altro che terminato: «Appena mi sarà possibile partirò nuovamente - dice - Al di là dell'impegno, ci sono tante persone che ho conosciuto e che desidero incontrare ancora, sia tra la gente del campo che tra i volontari con i quali ho vissuto l'esperienza di quei giorni a Navelli».
Poi ringrazia i ragazzi della Folgore, i responsabili del campo: «Sono lì da quando c'è stato il terremoto, e il loro impegno è da elogiare».

Yuri Senatori, 20 anni

Per Yuri Senatori, 20 anni, fiorentino, il passaparola di un amico è stato fondamentale nella scelta della partenza. Già da diverso tempo sperava di poter avere un'occasione contribuire di persona ad una missione in aiuto di chi era in difficoltà, e la notizia del gruppo di giovani volontari radunato dal Ministero della Gioventù gli è parsa subito come il momento giusto per realizzare il desiderio che serbava da più tempo. Così è partito insieme agli altri per trascorrere quattro giorni al campo allestito per gli sfollati di Navelli, nei dintorni de L'Aquila, lavorando ovunque ce ne fosse bisogno: alle cucine, nei magazzini, montando le tende o mantenendo puliti i servizi igienici.
«Dal punto di vista umano ho riportato a casa solo bei ricordi» dice ora. «Anche se, in realtà, il primo impatto è stato davvero forte. Essere lontano da casa, in una situazione di estrema difficoltà come quella delle aree terremotate, sulle prime mi ha condizionato molto». Poi però è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche: di lavoro da fare in quei quattro giorni non ne è mai mancato, e i ritmi frenetici, assieme alla consapevolezza di star facendo qualcosa di utile agli altri, sono un ottimo lenitivo della nostalgia di casa.
«La cosa che mi ha colpito maggiormente di questa esperienza è stato il carattere degli abruzzesi» dice Yuri. «Dalle loro parole, dai loro gesti e dai loro sguardi traspariva una sola cosa: il desiderio fortissimo di ricominciare daccapo, e di rifarsi quanto prima un'esistenza normale». Consiglierà la stessa avventura ai suoi amici? «Già fatto, con tutti i miei amici. E l'ho fatto appena ritornato a casa».

Matteo Gentilucci, 21 anni

«Credo sia una sorta di dovere morale, per tutti i giovani che ne hanno la possibilità, quello di partecipare ad iniziative come queste. Poi più avanti negli anni verranno la famiglia, il lavoro, gli impegni: ora è il momento di aiutare gli altri». Matteo Gentilucci, 21 anni, di Roma, è uno studente lavoratore che nel tempo libero si dedica alla militanda politica, e con le idee molto ben chiare sul perché subito dopo il terremoto ha scelto di partire per l'Abruzzo assieme ai giovani volontari del Ministero della Gioventù. Sono gli stessi perché con i quali esorta tutti i suoi coetanei a fare lo stesso, e a non perdere un'occasione importante per se' e per gli altri. Lui in Abruzzo c'è stato, e vorrebbe ritornare di nuovo. Perché dalla realtà vissuta in prima persona in quei giorni da volontario tra i terremotati è riuscito a trarre moltissimo.
«Essere stati al campo della Folgore, a Navelli, ha contribuito ancora di più a rendere questa esperienza particolarmente formativa» dice. Vivere fianco a fianco con i militari, essere trattati come loro pari, condividere le fatiche, le difficoltà ma anche i momenti positivi, e imparare a pensare e lavorare come loro è stato un arricchimento dal punto di vista personale che difficilmente Matteo crede avrebbe potuto maturare altrove. «Da quando non esiste più il servizio di leva non sono certo molte le occasioni per i giovani di entrare in contatto con il mondo militare - spiega - Credo che, qualunque sia la scelta di vita che si intende fare, questa sia una pagina che non dovrebbe mancare tra le esperienze fatte».

Lorenzo Uggias, 24 anni

«Per me è stata un'esperienza importante non solo per quello che abbiamo fatto, ma per come lo abbiamo fatto, per le persone che ho conosciuto e con cui ho lavorato». Lorenzo Uggias, 24 anni, studente di Roma, è un altro dei circa 50 volontari chiamati a raccolta dal Minsitero della Gioventù per prestare un aiuto immediato agli sfollati abruzzesi del terremoto. «Tutti ragazzi straordinari - racconta - Arrivavamo da città ed esperienze diverse, ma eravamo lì tutti con lo stesso scopo. Ci siamo intesi al volo, ed è stata una sensazione così importante da essere difficile da descrivere». Assieme agli altri, anche Lorenzo è partito alla volta del campo di Navelli, gestito dai militari della Folgore. «Con loro ho imparato quanto siano importanti la disciplina e l'impegno per portare a termine al meglio i compiti più delicati. E' un'esperienza che consiglio a tutti i miei coetanei, e che spero di poter ripetere al più presto».
I giorni al campo sono stati impegnativi, densi di lavoro e attività, ma hanno lasciato un segno importante nella vita del giovane studente romano. «Sulle prime non avevo nemmeno pensato di partire - dice - Ma quando i miei amici me l'hanno proposto non mi sono tirato. Anzi, ho sentito addirittura l'esigenza di farlo, perché pensavo fosse giusto così». E, sulla via di ritorno a casa, la consapevolezza di aver fatto la scelta giusta è rimasta nel cuore proprio come la gratitudine delle popolazioni locali per il lavoro svolto e le tante, tantissime amicizie maturate al campo di Navelli.

Greta Avvanzo ha 21 anni

Avrebbe voluto partire sin da subito con la casacca gialla e azzurra delle squadre delle Misericordie, con cui presta attività di volontariato a Pistoia. Poi però ha saputo che ci sarebbe stata l'occasione di partire ancora prima, aderendo alla squadra di volontari allestita dal Ministero della Gioventù. E così ha fatto.
Greta Avvanzo ha 21 anni, ed è una studentessa universitaria di Infermieristica. La sua esperienza di volontaria tra i terremotati d'Abruzzo la racconta così: «E' stata sicuramente significativa, anche se molto pesante dal punto di vista emotivo - dice - Vedere giorno dopo giorno un panorama di case crollate, leggere la disperazione negli occhi di persone che avevano perso tutto, è una cosa che ti segna profondamente». Nessuno, fortunatamente, tra gli sfollati assistiti al campo di Navelli, a seguito del sisma aveva dovuto piangere una persona cara. «Tuttavia - prosegue Greta - il fatto di dover abbandonare la propria casa da un giorno all'altro per andare a vivere nelle tende è comunque un passaggio molto traumatico».
Vista dagli occhi di chi già è impegnato abitualmente nel volontariato, l'esperienza al campo gestito dai Parà della "Folgore" è stata anche arricchente dal punto di vista formativo: «Ci hanno insegnato tante cose: da come si allestisce un accampamento, a come si porta avanti una cucina da campo - racconta - Ma una delle cose più importanti che ho imparato è come la disciplina e l'ordine siano fondamentali per fare un lavoro come si deve. E in questo i Parà sono stati davvero degli ottimi insegnanti».

Giuseppe Giuliano, 27 anni

Giuseppe Giuliano, per gli amici semplicemente Peppe, ha 27 anni, ed è uno studente di Salerno. La sua attività in favore delle popolazioni colpite dal sisma l'ha cominciata praticamente da casa, allestendo un centro di raccolta di derrate alimentari in collaborazione con la Caritas e la parrocchia di San Gaetano.
A spingerlo a partire con i giovani volontari del Ministero della Gioventù, assieme al desiderio di dare un contributo concreto ai soccorsi, è stato anche il particolare legame tra la vicenda del sisma in Abruzzo e una pagina triste della storia della sua famiglia: «Mio padre è originario di Lariano, un paese di un migliaio di anime in Irpinia, che a seguito del terremoto contò 314 vittime» racconta. «nessuno dei miei familiari, per fortuna, rimase coinvolto, ma il ricordo della tragedia è rimasto sempre molto forte». Riviverlo nei volti sofferenti degli abruzzesi, quindi, ha toccato in lui corde particolarmente sensibili. «Anche la mia famiglia si è mostrata subito dalla mia parte, quando ho comunicato loro la mia intenzione di partire».
Non appena sarà possibile, Peppe tornerà al campo di Navelli per continuare a fare quello che ha fatto durante i quattro giorni di permanenza nel centro di accoglienza per gli sfollati: «Ho mantenuto i contatti sia con i ragazzi che erano con me sia con i paracadutisti della Folgore che gestivano il campo» dice. «Tra noi e loro è nato subito un feeling particolare: in fondo anche i Parà, tutti militari in congedo o in licenza, erano volontari, ed erano arrivati lì per i nostri stessi motivi».
Di questa esperienza porterà impressi l'orgoglio e il carattere inossidabile degli abruzzesi: «Se agli inizi sono stati un po' freddi o diffidenti nei nostri confronti è stato solo per il fatto che, per loro indole, preferiscono cavarsela da soli, senza aspettarsi niente - dice - Ma sono persone straordinarie, e la riconoscenza nei nostri confronti è stata grandissima».

Giorgia Gnocchi, 22 anni

Aiutare gli altri può essere frutto di una scelta, di una vocazione, o di un vero e proprio imperativo. «Avendo la possibilità di dare una mano, sentivo di doverlo fare e basta». Così Giorgia Gnocchi, 22 anni, impiegata romana, spiega perché ha deciso di prendere parte come volontaria alla spedizione di soccorso organizzata dal Ministero della Gioventù per andare in aiuto alle popolazioni abruzzesi colpite dal terremoto. «Il giorno stesso in cui ho appreso la notizia del sisma in Abruzzo mi sono messa alla ricerca di gruppi e associazioni che si stessero preparando alla partenza».
Quei quattro giorni al campo allestito a Navelli per accogliere i terremotati li ricorda come «qualcosa di eccezionale, qualcosa in gradi di segnarti dentro». L'impatto con la disciplina militare del campo gestito dai paracadutisti della Folgore è stato duro, all'inizio. Le regole ferree, la disciplina strettissima, persino la ammonizione seguita al ritardo del primo giorno sono state sulle prime qualcosa di inatteso, ma ben presto Giorgia e i suoi compagni d'avventura hanno compreso come fossero elementi fondamentali in una situazione di estrema criticità come quella in cui i volontari del soccorso dovevano operare. Ogni attività, anche la più umile, come pulire i servizi igienici o pelare le patate, era un'attività importante, indispensabile, necessaria. «Alla fine il nostro impegno è stato apprezzato, sia dai parà che dalla gente che stavamo aiutando».
Quando sono arrivati i ragazzi radunati dal Ministero, l'accampamento era ancora in fase di allestimento, e le occasioni per avere contatti umani con i terremotati sono state limitatissime: «Bisognava ancora erigere molte tende, sistemare le derrate in magazzino, distribuirle - racconta - ma ci è bastato un grazie o un sorriso espresso col cuore per ricompensarci di tutto quanto». Adesso, anche se Giorgia è tornata a Roma per lavorare, il pensiero e il cuore sono rimasti laggiù in Abruzzo. «Voglio assolutamente partire di nuovo, a giugno, non appena avrò di nuovo la possibilità di farlo»

Pamela Iacona, 23 anni

Aiutare gli altri è un gesto che possono compiere tutti. Perché l'esperienza e le capacità operative sono cose che si maturano sul campo, ma l'importante resta sempre la buona volontà.
Pamela Iacona, 23 anni, studentessa di Ragusa, di esperienza ne aveva pochissima quando è partita per l'Abruzzo come volontaria assieme ai ragazzi radunati dal Ministero della Gioventù per portare aiuto ai terremotati del campo di Navelli. «In passato ho fatto dello scoutismo, e ancora adesso mi occupo di volontariato - spiega - ma non mi ero mai trovata a lavorare in una situazione di emergenza come quella». La difficoltà dei primi giorni è stata quella di sentirsi come un pesce fuor d'acqua, di non sapere bene cosa fare né come. Un senso di inadeguatezza iniziale che però è stato soppiantato ben presto dall'entusiasmo con cui lei e gli altri giovani si sono rimboccati le maniche per dare una mano. Pamela è finita in cucina, a preparare la colazione per gli sfollati del campo: «Una piccola cosa, sì, ma che mi ha fatto sentire davvero utile agli altri» dice. «Posso immaginare cosa significhi perdere all'improvviso la propria casa, le proprie abitudini e le piccole cose del quotidiano. Per me, preparare la colazione impegnandomi a fare le cose per bene, cercando di far pesare meno il disagio a quelle persone, è stata una cosa importantissima». Piccoli gesti, piccole azioni, piccole cose. Che tutti insieme, però, hanno permesso di fare tanto là a Navelli. I ritmi di lavoro sono stati molto intensi: «In una giornata di 24 ore ne avevamo appena cinque o sei per recuperare le forze, ma la cosa non ci pesava. Eravamo tutti contenti per quello che stavamo facendo».
Per Pamela, comunque, quei quattro giorni, sebbene così intensi, sono stati davvero troppo pochi: anche lei, come gli altri ragazzi, vuole tornare. «Non ho perso i contatti con nessuno di quelli che sono partiti con me. In questo ci sta aiutando molto anche Facebook: abbiamo aperto un gruppo, ci scambiamo messaggi, e ci teniamo informati l'un l'altro sulle possibilità di una nuova spedizione di aiuto. E, soprattutto - dice - possiamo tenerci in contatto con i ragazzi che abbiamo conosciuto in Abruzzo».
Appena arrivata a casa, la giovane studentessa di architettura ha consigliato l'esperienza a tutti i suoi amici: «Tutti possono dare un aiuto concreto, anche senza essere esperti di protezione civile. Bastano la buona volontà e la voglia di fare».